Autentico2018-01-02T13:51:56+00:00

AUTENTICO

Ho chiesto a Federico cosa fosse l’autenticità
Ha risposto con un racconto

Ho chiesto a Federico cosa fosse l’autenticità.

E’ stato durante una telefonata che aveva visto intrecciarsi pensieri, domande e idee sul Personal Branding e l’Empowerment. Un riconcorrersi e superarsi a vicenda tra la rappresentazione e la realizzazione di sé. Per comunicare chi sei, devi prima trovarti. E così sembrava, almeno a me, di essere arrivata in porto. Felice che tutto mi fosse chiaro, e semplice. Fino all’arrivo di una mail che aveva per oggetto una sola e impegnativa parola: Autentico.

Federico ha deciso di rispondere con un racconto. E così come lo è l’autenticità, il racconto è semplice e complesso allo stesso tempo. Parla di una persona, un giovane manager, al quale sono stati dati tutti gli strumenti per performare efficacemente, ma che allo stesso tempo pare aver smarrito la propria identità.

Il linguaggio è onirico, sfumato, mentre il racconto dell’esperienza rimane sulla superficie delle cose, non elaborando mai davvero la propria essenza. Il percorso andando avanti esplora diverse soluzioni ed ognuna sembra funzionare. Ma solo per un po’, il tempo necessario per capire che è “no” e rimettersi alla ricerca. Fino alla fine, in cui l’ultima e liberatoria scoperta è quella di una nuova conoscenza di sé.

E’ il racconto di una crisi dolorosa, ma anche fruttuosa. E’ un racconto semplice, perché parla a te che leggi. E’ un racconto difficile, perché parla a te che leggi. Per facilitarti, o forse provocare un altro dei tuoi sensi, ha voluto realizzare anche una traccia audio, con la voce di Ivan Magoo Sirtori, suo amico, artista, cantastorie.

Buona lettura e buon ascolto.

Paola Cinti

AUTENTICO

di Federico Vagni

E ad un certo punto mi sono ritrovato addosso un completo stupendo. Era asciutto e sciancrato, gessato ma sobrio, molto elegante. Avevo anche una valigetta e dentro tutti gli strumenti utili: un attrezzo per motivare, uno per delegare, l’altro per pianificare. Ne avevo uno per ogni esigenza, ed il bello era che non mi dovevo sporcare le mani. Molti di questi funzionavano da lontano, come fossero dei telecomandi o roba simile. Mi divertivo ad usarli, alle volte, chiudendo gli occhi come Luke Skywalker e sentendo la Forza scorrere potente in me.

Autentico di Federico Vagni

Di tanto in tanto sbagliavo la mira, ma pochi se ne accorgevano. Era piuttosto semplice, o meglio, semplificato, tracciabile e tracciato, excellizzabile. Eccellente. A volte dovevo “interagire”, stava nei piani, e non mi dispiaceva neanche troppo. Ne avevo letti di libri, sapevo come fare. Fu però proprio durante un’interazione che accadde il fatto. Una “risorsa” si inalberò, si imbizzarrì. Io stavo interagendo, e la valigetta era lontana. Trovai comunque un modo, dovevo difendermi e ne avevo il diritto. Restando solo però mi accorsi di quello strappo sul completo asciutto e sciancrato, gessato ma sobrio, molto elegante. Quella risorsa ce l’aveva fatta a ferirmi. Osservai. Non c’era sangue, grazie al cielo. Poi rimasi sbalordito. Sotto il completo e sotto la camicia, attraverso lo strappo non intravedevo la mia pelle, ma altro tessuto. Scuro e spesso, decisamente poco elegante. Non osai dirlo a nessuno. Mi sentivo diverso e smarrito. Tornai a casa e andai a dormire. Domani riparerò quello strappo, pensai. Ciò che c’è sotto non mi interessa.

Mi svegliai all’alba.

Autentico di Federico VagniMi alzai determinato come mai. Andai al lavoro. Mi sentivo più sicuro del solito, lucido e ferreo. Poi ricordai lo strappo e mi guardai meglio. Il completo non c’era più. Svanito. Al suo posto una tuta mimetica, scura e spessa, decisamente poco elegante. Decisamente grintosa, però. Mi guardai attorno e nessuno pareva stupito. Anzi, notai che anche altri avevano la stessa tuta. Com’era possibile non averlo notato prima. Beh, mi piacque. E smisi di farmi inutili domande. Ora disponevo, schieravo, allineavo. Non interagivo più, ma ricevevo rapporti costanti e circostanziati dalle mie prime linee. Filava tutto liscio, tranne qualche vittima sul fronte, ma di quelle statisticamente irrilevanti. Non che non mi dispiacesse, intendiamoci: una vittima è una vittima, e sul curriculum pesa pure quella. Ma il mondo era pieno di nemici, non si poteva recedere né mostrare il fianco. Tutti mi seguivano, chinavano il capo e riconoscevano la gerarchia. Anche io facevo lo stesso. Un giorno però successe il peggio: il nemico sfondò d’improvviso tutti gli avamposti, una specie d’imboscata, forse un ammutinamento. Sta di fatto che me li trovai di fronte. Dovetti ripiegare, solo, spaventato ma fiero. I proiettili che sfrecciavano e mi lambivano. Ma ce la feci. A casa controllai di essere vivo davvero. Ero indenne ma sul fianco un taglio profondo nella mimetica. Sotto un mare rosso. Tastai con circospezione, temendo di scoprire l’umidità del mio stesso sangue. Invece, con mia sorpresa, scoprii un tessuto leggero, sgargiante, luminoso. Andai a letto curioso. Basta combattimenti, pensai, è ora di deporre le armi.

Mi svegliai euforico.


Corsi allo specchio ed esplosi in una risata fragorosa. Basta tute mimetiche. Basta guerre. Ora c’era tutto questo tessuto leggero, sgargiante, luminoso. Ed una parrucca riccia, scarpe enormi, una pallina rossa sulla punta del naso. Non potete immaginare quanto ero felice. Entrai al lavoro facendo una ruota, una rondata e un baccanale. Ed era tutto un tourbillon di pacche sulle spalle, occhiolini e grasse risate. Almeno per me. Non volevo che nessuno si annoiasse, mai. Basta avamposti, basta prime linee. Voglio essere tra di voi. Voglio essere come voi.
Esprimiamoci e creiamo, dimostriamolo chi siamo!
Esortavo, divagavo, ma soprattutto mi esibivo. Ero amato da tutti, rispettato da quasi. Alcuni erano come me. Ci incontravamo sornioni, guasconi, grandi amici, ciascuno certo, in cuor suo, di essere il migliore. Un po’ di confronto, suvvia, non ha mai fatto male a nessuno. Ma non lo dicevamo. Così, per non appesantirci. E per non risultare noiosi. O forse per non rischiare di essere smentiti… Tant’è che una volta ebbi l’idea del secolo (in effetti ne avevo anche tre al giorno!). Tesi una corda che pareva una lama d’acciaio. Avrei attraversato l’immenso vuoto, scalzo, passo dopo passo, fiero e scanzonato. Memorabile. A me la gloria, e gli sguardi di tutti.

Avrei.

Autentico di Federico Vagni

Un racconto sull’autenticità

Perché ci si mise il vento a farmi un bello scherzetto. Persi l’equilibrio dopo pochi passi. “Ha osato troppo” – pensarono tutti. Ma io caddi sorridendo, sempre nella parte. Ho deciso io di spiccare il volo, mediocri che non siete altro. Mi schiantai, sempre sorridendo. Ma attorno a me non c’era più nessuno, e il buio di quel luogo incupì anche il tessuto un tempo leggero, sgargiante, luminoso. Quanti strappi ora. Scappa a casa, mi dissi. Ormai sapevo come fare.

Ancora una volta mi svegliai.

Autentico di Federico Vagni

Un racconto sull’autenticità

E mi sentii subito sereno. La luce filtrava dall’alto, illuminava la stanza. Era un segno. Ero pronto a cambiare. Il tessuto adesso era nero, drappeggiato, un po’ austero. I pensieri lenti e densi. Ci volle un solo istante perché tutti mi riconoscessero, e mi rispettassero. Finalmente pensavo davvero al loro bene, e dosavo sapientemente benedizioni e penitenze. Lo facevo per loro, giacché ora “conoscevo la via”. Praticavo la disciplina, e spesso predicavo. Anche nel deserto. Gli altri arrancavano, ciechi. Io offrivo speranza e chiarezza. Ero un porto sicuro, un faro di speranza. Comprensivo ma fermo, disponibile ma risoluto. Sapevo tutto sul bene e sul male. E chiedevo poco, solo un po’ di fede. Il mondo attorno a me si divideva in giusti ed ingiusti. I primi avevano una parola di conforto. I secondi la correzione. Non ero arrogante, ero solo un mezzo. Mi facevo vuoto di ambizioni e volontà, mi lasciavo percorrere con grande umiltà. Dispensavo sorrisi rassicuranti, parole buone, perdono. Quasi sempre. Dall’Alto provenivano messaggi a volte chiari, a volte da interpretare. Facevo del mio meglio, ero pur sempre fatto di carne ed ossa. E pensare di poter crescere un po’ non mi pareva poi un peccato. Iniziai a guardare anche alle cose terrene, non mi pareva poi un peccato. Iniziai a bramare, ordire, tramare. Mi parevano peccati accettabili. D’altronde si può vivere di solo spirito? Forse sì, ma io mi persi. Attraversavo i corridoi furtivo, sussurravo mezze parole alle orecchie di altri come me, peccavo ed invidiavo. Tutto senza dirmelo. Furono fuoco e fiamme, divampò l’inferno. E quando me ne accorsi ero ormai corrotto. Capii il mio errore. Mi ritirai in meditazione. Abbandonai tutto, ma dentro qualcosa era compromesso. La veste si strappò mentre mortificavo il mio corpo, e fu un sollievo chiudere gli occhi.

Sognai di poter toccare le stelle.

Quando mi svegliai mi sentii così distante da tutto. Come pulito, lindo, asettico. Vestivo una tuta argentea, e uno scafandro, e un respiratore. Mi muovevo a gravità-zero. Gestivo tutto da “altrove”. Avevo team remoti, riunioni remote, emozioni remote. Potevo fare senza fare. Tutto era sublime ed etereo. A volte pensavo di essere trapassato, ma si trattava solo dell’ebbrezza da altitudine. Non ero mai in un luogo. A volte ero in più luoghi contemporaneamente. Ricevevo input, elaboravo, emettevo output. Tutto era debitamente disinfettato. Sterilizzato. Sterile. Ma anche fluido, inoffensivo. Facevo girare tanti numeri, non ricordo se fossero soldi, pezzi o persone. Nei fatti, almeno per me, non faceva una grande differenza. Quando qualcuno mi contattava cercavo di prestare attenzione, ma i canali di comunicazione erano così fragili, e le parole mi giungevano impastate a fruscii e strani echi. Mi chiedevo come fosse la mia voce dall’altra parte dell’interfono. Non lo chiesi mai, però, per paura di verificare se davvero qualcuno mi ascoltasse. Iniziai a soffrire di solitudine, e cercai un contatto. Uno di quei numeri, sul terminale, mi rispose, e dialogammo un po’. Forme di vita reciprocamente curiose.

Me ne innamorai.

Autentico di Federico Vagni

Un racconto sull’autenticità

Capii subito dopo che non l’avrei mai raggiunta. Nel petto qualcosa mi si ruppe, nonostante la tuta spaziale e i tessuti anallergici. Sotto lo scafandro una lacrima mi rigò il volto. Chiusi gli occhi e li tenni chiusi a lungo. Abbandonai i comandi. Alle mie orecchie risuonava Space Oddity, di David Bowie.
Il mio pensiero tornò alle parole di quella “risorsa”. Non le ricordavo esattamente, le avevo rimosse subito. Tornarono di colpo, quasi le stessi sentendo in quel momento “ma tu chi cazzo sei?”.

Chi sono?

Autentico di Federico Vagni

Un racconto sull’autenticità

Mi affrettai a togliere la tuta spaziale, con quel suo tessuto irritante. Cercavo la mia pelle. Da lì devo partire – mi dicevo. Guardai sotto la tuta, e non vidi nulla. Nulla. Ero trasparente. Non c’ero. Ecco perché mi sentivo così vuoto. Anche se non me ne ero mai fatto un problema. Tornai a casa e cercai di dormire. Ma non ci riuscii. Sognai, da sveglio, di come ero da bambino. Ricordai la prima volta che, deluso, feci finta di nulla. Ecco quando lo avevo messo, quel mantello invisibile. Ecco la prima volta che avevo ceduto al desiderio di sparire: nulla da lì in avanti sarebbe più stato un problema, perché non c’era nessuno in casa. Allora mi alzai e strappai quel mantello, fino a quel momento confuso con la mia propria pelle. E la vidi, dopo anni. Arrivarono le lacrime, perché la pelle era rigata di cicatrici, e le cicatrici stanno per ricordare un dolore. Erano così vecchie, e spesse. Erano il frutto del disinteresse che avevo avuto per me. Urti dei quali ero stato noncurante. Non-curati. Ma una era diversa, più profonda, ed era lì a ricordarmi che non avevo colpe. Che avevo solo fatto il possibile.
La mia pelle era segnata, ma non così fragile come temevo.
Uscii di casa nudo.

Sentii, per la prima volta dopo anni, aria fresca su di me.

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