La psicologia positiva ci ha insegnato, dopo anni di studi sulla patologia, ad approfondire le dinamiche del successo, a descrivere le caratteristiche e le risorse delle persone felici, a costruire strumenti per potenziare le parti forti delle persone, orientandole verso il raggiungimento dei propri obiettivi e desideri.

 

Se vuoi, puoi: è diventato una specie di mantra per generazioni di fiduciosi, intraprendenti, a volte anche velleitari sognatori.

Questo è stato un salto di paradigma fondamentale. Abbiamo (in parte) accantonato l’approccio che negli anni aveva sovrapposto la psicologia alla patologia. Oggi sappiamo che un supporto psicologico può essere prezioso anche per un potenziamento, per un rafforzamento, per un confronto. E sappiamo che la psicologia studia con passione e acume anche i processi legati al successo, al sano sviluppo emotivo, al potenziamento di capacità utili e vitali quali la decisione, l’empatia, la fiducia, l’assertività.

Questo orientamento al positivo, però, rischia allo stesso tempo di risentire di uno dei grandi temi della cultura occidentale: noi rifuggiamo il dolore. Evitiamo le esperienze negative, le rifiutiamo e cerchiamo di cavarcene il prima possibile. Alle volte ce ne sentiamo vittime, e le riteniamo ingiuste. Non impariamo a stare nel dolore, a osservarlo e lasciarlo fluire come parte stessa dell’esistenza. Lo svalorizziamo, ci opponiamo, lo neghiamo.

Allo stesso modo, il rischio è quello di interpretare la psicologia positiva solo come esperienza e teoria del benessere e del successo, così come alcuni modelli e “testimonial” tendono a rappresentare. Sei di successo se stai bene. Stai bene se sei di successo. Semplificazioni alla “Mulino Bianco”…

La filosofia orientale, oggi condensata nella corrente della mindfulness, sottolinea invece la centralità dell’essere, della presenza curiosa, aperta e non giudicante di fronte ad ogni esperienza, caratterizzata da piacere, indifferenza o dolore. Per noi invece è immediato discriminare, appassionarci al piacere e rifuggire il dolore. Impariamo allora a resistere, e confondiamo l’accettare col rassegnarci. Esploriamo solo alcune fette di realtà, ce ne perdiamo altre. Non sviluppiamo strumenti efficaci per essere davvero resilienti. Sul lavoro spesso colleghiamo direttamente il fatto di avere successo con la conseguenza di essere motivati, e dall’altra parte il fatto di subire un insuccesso e di conseguenza essere demotivati: ma il nostro livello di motivazione dipende unicamente dal fatto di vivere un periodo positivo o negativo? Dipende solo dall’approvazione o disapprovazione che un altro (l’azienda, il capo, il mercato) ci rimanda? Impariamo a vivere male i fallimenti, e amplifichiamo le difficoltà corredandole di emozioni e pensieri negativi (“non è giusto”, “non me lo merito”, “ce l’hanno con me”, “ho sbagliato tutto”, “è colpa mia”, “sono un fallito”…): ma chi lo ha detto che deve essere per forza così?

Allora mi permetto una provocazione: si parla sempre di realizzare i sogni, ma se imparassimo anche a realizzare i nostri incubi? O, quanto meno, a frequentarli con maggiore serenità? Negli incubi risiede un potenziale, quello dei nostri lati in ombra, quello delle parti di noi che ci sono ma che non impariamo ad apprezzare, a volte neanche ad integrare. Vogliamo essere solo positivi, sani, “perfetti”. La notte ci svela invece qualcosa di noi, ci costringe ad incontrare la nostra vulnerabilità e ad abbandonare il controllo della razionalità a tutti i costi.

Possiamo allora accostarci alle nostre debolezze, alle nostre paure, ad assumerne in dosi omeopatiche qualche piccola percentuale, a sperimentarci anche in terreni che non ci piacciono ma che possiamo imparare ad esplorare. Imparare a stare anche con quello che non possiamo gestire.

In questa prospettiva si può imparare ad essere grati ad un fallimento sul lavoro, ad una perdita dolorosa, ad un tradimento o un’ingiustizia vissuta, come fonti di energia, di soluzioni creative, di scoperta e maggiore contatto con sé che si incontrano nel dolore, nella noia e nell’insoddisfazione.

Pensa ad un’area nella quale ti senti in crisi: come la stai gestendo? Usala per fare passi diversi e per prendere atto di qualcosa di nuovo: lì ci sono spunti e nuovi pezzi di te.

Chiudo con un esempio: ho incontrato un professionista molto in gamba, energico, coraggioso, responsabile. Ma anche incapace di fare il capo. E tutto impegnato a dimostrare invece il contrario, recitando i comportamenti del “bravo manager”. Troppo abituato a vincere. E invece, per questa persona, la svolta è partita dal riconoscere la sconfitta, dal trovare la forza di ascoltare le critiche dei suoi collaboratori, di lasciarsi permeare, mettere in discussione, e da questo trovare l’energia per poter davvero migliorare.