NNei laboratori di self-empowerment, ad un certo punto mettiamo le sedie in cerchio e, regolarmente, qualcuno dichiara: “Mi chiamo Giuseppe, e non bevo da tre giorni”. Tutti ridono. Io dico ad alta voce: “Se avessi un euro per tutte le volte che l’ho sentita”. E poi si comincia. Ormai è una specie di rito.

Così, settimana scorsa, ho deciso che era ora di basta: e che gruppo di auto-aiuto sia! In sessione serale abbiamo allora costruito un vero e proprio set, dividendo i ruoli tra attori, cameraman e autori. L’aula era composta da un gruppo di esperti tecnici e scientifici ai quali l’azienda sta chiedendo di aumentare il proprio impatto e capacità di dialogare fuori dall’ambito di competenza, diventando più bravi a divulgare, influenzare ed innovare.

Da cosa si dovrebbero disintossicare costoro? Semplice: dalla visione della competenza come rifugio, come spazio nel quale nascondersi, della conoscenza come identità, piuttosto che come ricchezza da condividere nel mondo e nell’azienda, per generare nuovi prodotti, idee e business.

Ecco allora che, nel percorso di empowerment di queste persone, abbiamo aggiunto un tassello fondamentale. Perché, a volte, il miglior strumento di auto-aiuto si chiama ironia.

Ogni percorso di sviluppo, infatti, ci porta a contatto con la difficoltà di esporre le nostre inadeguatezze. Un percorso di empowerment, per noi, ha quindi anche il compito di disinnescare queste paure, osservandole nella loro corretta dimensione.

Ci occupiamo, nelle aziende, di rendere le persone più potenti e protagoniste. Questo passa anche attraverso la capacità di scherzare su di sé e di alleggerire i carichi plumbei che alle volte ci mettiamo o ci facciamo mettere sulle spalle, al fine di scoprirsi più efficaci e, allo stesso tempo, più autorevoli.

Perché, citando Roberto Gervaso, in azienda come nella vita: quanta gente sarebbe più seria se non si prendesse troppo sul serio.