Lasciarsi fa schifo, non si può negare. Fa schifo essere lasciati, e quasi sempre fa schifo anche lasciare.
Il dolore della perdita, la necessità di affrontare qualcosa di sconosciuto, l’empatia con il dolore altrui, la paura delle conseguenze. Mel Robbins evidenzia bene la cosa sottolineando come siamo sostanzialmente progettati per mantenere lo status quo, in un certo senso per essere indolenti (guarda qui il suo video).

Ciò nonostante le persone oggi, nella società liquida, sono sempre più sottoposte alla possibilità di essere lasciate o alla difficoltà di dover o voler lasciare. Quanto spesso, chi è nato prima di noi, si è dovuto confrontare con la fine di una rapporto? Pensiamo alla generazione dei nostri nonni o bisnonni, nati all’inizio del secolo scorso: quanti hanno cambiato più partner? Quanti hanno cambiato più lavori? Quanti hanno cambiato più fedi politiche o religiose?

Oggi una competenza del sapersi lasciare è cruciale per ciascuno di noi, perché sappiamo trarre il meglio da un’esperienza dura e dolorosa, approcciandola davvero come occasione di evoluzione e rimessa in discussione. Il rischio altrimenti è quello di incontrare persone ancora arrabbiate, a distanza di anni, con un partner o un datore di lavoro, che si sentono a tutt’oggi traditi o feriti, e che non ha fatto, prima di tutto per sé, un passo avanti. Oppure persone che trascinano all’infinito rapporti ormai finiti, che non si costruiscono alternative valide oppure si raccontano di essere prigionieri della situazione.

Forse conviene iniziare a pensarla in un altro modo, ovvero che lasciarsi è (anche) bello.

Ma perché lasciarsi è (anche) bello?

  1. lasciarsi rende più autonomi: come ogni lutto se elaborato, il lasciarsi ci dà l’occasione di scoprirci vivi e vegeti nonostante la perdita, e di esplorare nuovi livelli di autonomia, tante cose per le quali oggi possiamo fare in prima persona e prima magari pensavamo di doverci necessariamente appoggiare a qualcun altro. Penso ad esempio ad un dirigente che ha perso il lavoro e che oggi si scopre capace come imprenditore, autonomo nello stare sul mercato in prima persona, senza il supporto di un brand, di una struttura, di una linea gerarchica o di una rassicurante solidità finanziaria.
  2. lasciarsi ci fa misurare con noi stessi: quando l’altra persona non è più nella nostra vita, o quel lavoro ormai è andato, abbiamo l’opportunità di guardarci dentro in modo più diretto. Certo, possiamo continuare a battere la “scorciatoia” delle colpe altrui. Scorciatoia che facilita il percorso ma senza condurre da nessuna parte. Oppure possiamo lasciar andare l’altro e guardarci dentro: cosa avremmo potuto fare di diverso? Cosa possiamo imparare da questa esperienza? Cosa vogliamo davvero cambiare da qui in avanti? In che modo abbiamo contribuito alla disfatta? Sono tutte domande difficili, ma spesso fonte di riflessioni produttive.
  3. lasciarci ci riconduce all’essenziale: possiamo lasciare andare i dettagli, centrarci su quello che conta, perché il dolore ci connette alle cose importanti, alle priorità che spesso perdiamo tra i mille rivoli della quotidianità. Perché ripartire? Cosa mi alimenta davvero? Cosa voglio fare adesso che una parte così importante non c’è più? Chi voglio essere?

 

Negli anni ho incontrato migliaia di persone in laboratori e colloqui individuali: provo qui a tracciare come punto di partenza per questa riflessione gli atteggiamenti di chi sa lasciarsi davvero bene… che forse possono essere un primo spunto su come prepararsi a lasciarsi in bellezza:

  1. fiducia in sé e nelle proprie risorse, e quindi fiducia di poter comunque conquistare altre persone, lavori, possibilità… di essere validi e di conseguenza saper ricreare contesti positivi se non migliori di quelli lasciati, di poter affrontare lo sconcerto e la paura di essere soli di fronte al mondo… almeno per un po’
  2. speranza, fiducia nel futuro, capacità di immaginare anche scenari futuri positivi e non solo preoccupanti. E di conseguenza, saper guardare al futuro, anche in un momento di difficoltà, con uno sguardo anche positivo; ed avere fiducia allo stesso tempo nella persona lasciata, che abbia le qualità per fare fronte al dolore e alla fatica della separazione
  3. gratitudine, capacità di guardare agli altri con riconoscenza, anche a fronte di una situazione dolorosa, o nella quali gli altri ci hanno fatto anche male. E di conseguenza, capacità di tenere il buono degli altri, delle situazioni passate, senza gettarlo via solo perché intriso anche di elementi negativi o spiacevoli
  4. capacità di guardare primariamente alle proprie responsabilità piuttosto che a quelle altrui, e parallelamente guardare a sé non in termini di colpa ma in modo più neutro e comprensivo, accettando i propri errori ed allo stesso tempo lavorando su di sé per non ripeterli
  5. coraggio, sincerità con se stessi e con gli altri, ovvero la capacità di affrontare le difficoltà, di non mettere la polvere sotto al tappeto, di non accontentarsi o costringere gli altri a farlo, di essere onesti rispetto ai propri sentimenti e desideri

Figli di genitori separati in perenne conflitto. Lavoratori scontenti incapaci di pensare ad un lavoro nuovo. Rapporti che finiscono con un sms.

Abbiamo bisogno di una nuova competenza: imparare a lasciare e imparare ad essere lasciati. Ma forse questa competenza non dobbiamo impararla da zero: in parte è da recuperare perché già naturalmente la conosciamo. A ogni passaggio di crescita corrisponde infatti una separazione positiva, a partire dal momento della nascita. A ogni separazione ben fatta corrisponde una nascita.

Vale davvero la pena di lavorarci. Buon lavoro a tutti noi.